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	<title>Cavorso gruppo di studi dell&#039;Alta valle dell&#039;Aniene e dei Monti Simbruini &#187; Progetti e Ricerche</title>
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		<title>Didattica Aniene</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 10:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Progetti e Ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[“GROTTE, CASCATE, NATURA e… RICORDI: ALLA RISCOPERTA DELLE NOSTRE ORIGINI” Il progetto vuole far conoscere, apprezzare e vivere ai giovani studenti nati e cresciuti nell’area presa in esame, le tante risorse culturali ed ambientali ivi presenti; essi potranno così avvicinarsi &#8230; <a href="http://cavorso.uniroma2.it/?p=46">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“GROTTE, CASCATE, NATURA e… RICORDI: ALLA RISCOPERTA DELLE NOSTRE ORIGINI”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto vuole far conoscere, apprezzare e vivere ai giovani studenti nati e cresciuti nell’area presa in esame, le tante risorse culturali ed ambientali ivi presenti; essi potranno così avvicinarsi con familiarità a discipline non consuete o del tutto nuove attraverso esperienze dirette, nelle quali riconoscere le proprie radici.</p>
<p style="text-align: justify;"> Obiettivi</p>
<p style="text-align: justify;"> - l’educazione al rispetto del territorio: ambiente, flora, fauna e beni storico-archeologici.</p>
<p style="text-align: justify;">- la conoscenza delle potenzialità della propria regione di nascita o appartenenza con la possibilità di valorizzarle individualmente o come gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">- la crescita culturale ed intellettuale derivante dall’approfondimento di materie di studio già trattate a scuola (storia, scienze della terra e dell’ambiente) e dall’avvicinamento ad ambiti disciplinari inconsueti (archeologia, studio del DNA, ecc.) attraverso metodi innovativi, ricostruzioni ed altre attività ludico-didattiche.</p>
<p style="text-align: justify;">- la riscoperta ed il rispetto per le tradizioni ed il folclore locale e per le memorie degli anziani del luogo, detentori di un amplissimo patrimonio di informazioni dimenticate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà inoltre interessante anche analizzare, con il contributo dell’antropologia culturale, le modalità di autorappresentazione locale, indagandone in profondità i riferimenti al passato. Questo contribuirà a rendere possibile un futuro coinvolgimento delle famiglie degli alunni per mezzo di convegni, visite, attività di divulgazione che portino ad una valorizzazione territoriale concreta e duratura, alimentata innanzitutto dalla sensibilità della popolazione locale, e coadiuvata dall’appoggio delle Amministrazioni Comunali, delle Pro Loco e dell’Ente Parco.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Attività Didattica</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> L’attività didattica che si vuole proporre consta di due fondamentali momenti, intrinsecamente legati:</p>
<p style="text-align: justify;">Lezioni teoriche.</p>
<p style="text-align: justify;">Attività pratiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Brevi lezioni teoriche si svolgeranno in aula su argomenti in linea con il programma ministeriale. Nel corso dell’anno si tenterà di sensibilizzare il pubblico di piccoli fruitori alle problematiche archeologico-antropologiche ed ambientali. Tali lezioni saranno di breve durata per evitare che i bambini si distraggano, ma anzi si cercherà di mantenere sempre viva in loro l‘attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si presenteranno perciò power point accattivanti, si utilizzeranno fumetti, video e cartoni animati, nel tentativo di far sì che si instauri una forte interattività tra i soggetti; i bambini saranno infatti chiamati anche a raccontare eventuali esperienze personali per coinvolgerli maggiormente nel lavoro. All’attività teorica, seguirà una parte pratica, atta ad applicare i concetti esposti; attraverso lavori manuali i bambini potranno disegnare, colorare, realizzare posters, riprodurre semplici manufatti, lasciando spazio alla propria fantasia, su ciò che li ha colpiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tenterà infine di procedere alla realizzazione trasversale di un piccolo lavoro di sintesi, in collaborazione con i docenti di classe (una recita, una realizzazione pratica, un cartellone ecc), frutto delle attività svolte in nostra compagnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine di ogni incontro i bambini terranno con sé il prodotto della propria fatica ed in alcuni casi potranno concludere il lavoro a casa, per sensibilizzare anche le famiglie alle problematiche che vengono affrontate.</p>
<p style="text-align: justify;"> Mezzi e materiali</p>
<p style="text-align: justify;"> Nel corso delle varie attività gli alunni avranno a disposizione diversi materiali (carta , das, plastilina, pongo, stoffa) affinché ognuno possa esprimersi nel modo e con i mezzi più congeniali e così realizzare i lavori. Naturalmente gli alunni utilizzeranno semplici  strumenti per eseguire i vari  manufatti.</p>
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		<title>Progetto GENS</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 10:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Progetti e Ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Progetto GENS ANALISI GENETICA DI COMUNITA’ MONTANE IN AREE ISOLATE DEL CENTRO ITALIA TRA PREISTORIA E STORIA Introduzione Il progetto ha preso spunto dalle indagini archeologiche in corso presso la grotta Mora Cavorso a Jenne (Rm), dove la peculiarità &#8230; <a href="http://cavorso.uniroma2.it/?p=44">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-8web1.jpg"></a>Il Progetto GENS</p>
<p>ANALISI GENETICA DI COMUNITA’ MONTANE IN AREE ISOLATE DEL CENTRO ITALIA TRA PREISTORIA E STORIA</p>
<p style="text-align: justify;">Introduzione</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto ha preso spunto dalle indagini archeologiche in corso presso la grotta Mora Cavorso a Jenne (Rm), dove la peculiarità del dato archeologico collazionato (resti di almeno 21 individui del VI millennio a.C. in un’area dove fin’ora erano state scarse o del tutto assenti le testimonianze preistoriche) ha portato l’equipe di ricerca, nel tentativo di contestualizzare quanto rinvenuto, a coniugare le osservazioni archeologiche con il dato biologico. L’allargamento della ricerca anche ai parametri genetici moderni, con il relativo coinvolgimento degli attuali abitanti locali, ha aperto il progetto al contributo dell’antropologia culturale al fine di comprendere le modalità e gli effetti dell’interazione tra ricercatori e locali nel continuo processo di produzione identitaria in cui si inserisce attivamente il progetto archeogenetico. <a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-2web.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-127" title="aree indagate" src="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-2web-300x142.jpg" alt="" width="300" height="142" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Da queste premesse ha preso spunto il progetto che in modo del tutto innovativo tenta di coniugare tre differenti metodologie di ricerca allo scopo di indagare il passato ed il presente, avendo come dato di lettura non solo il patrimonio archeologico relitto ma anche il dato biologico molecolare che fornisce un ponte ideale tra antico e contemporaneo. La contestualizzazione della ricerca, essenziale per poter collazionare i dati richiesti, è mediata tramite il contributo dell’osservazione ed il parametro critico dell’antropologia culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio del Dna antico e moderno</p>
<p style="text-align: justify;">Sono state condotte preliminarmente alcune campagne di monitoraggio dei parametri chimico-fisici della grotta, per stabilire se fosse possibile estrarre il DNA dai reperti rinvenuti; tali analisi hanno mostrano che le sale della grotta presentano un microclima interno in grado di garantire una miglior conservazione e preservazione delle ossa e di conseguenza del DNA, non sottoponendole ad eventuali shock termici. Le indagini avviate per l’estrazione del DNA antico sui reperti antropici rinvenuti, in via preliminare, al momento è stato ristretto a 10 campioni scelti di tibie destre umane, 9 campioni appartenenti ad individui giacenti nella sala inferiore e solo uno dalla superiore, trattasi in questo caso dell’unico individuo in parziale connessione e con corredo accertato</p>
<p style="text-align: justify;">Per ottenere un termine di paragone con suddetti dati, si è reso urgente anche un campionamento del DNA dei viventi nell’area dove insiste la grotta, al fine di poter escludere eventuali contaminazioni recenti esterne. I primi dati raccolti hanno mostrato un dato genetico, per i viventi di Jenne, del tutto peculiare, pertanto si è deciso di incrementare l’analisi con un campionamento sistematico e contemporaneamente si è incominciato a progettare uno studio che abbracciasse un areale definito, circoscritto all’Alta Valle dell’Aniene e all’Alta Valle del Sacco, comprendente i comuni di Jenne (RM, 428 abitanti), Vallepietra (RM, 323 abitanti), Piglio (FR, 4.771 abitanti), Rocca Stefano (RM, 1.034 abitanti), Affile (RM, 1.595 abitanti), Trevi nel Lazio (FR, 1.776 abitanti) e Filettino (FR, 551 abitanti). Poiché la variabilità genetica in Italia è il risultato dei movimenti di popolazioni ed invasioni avvenuti in epoca sia storica che preistorica, si è scelto di analizzare aree dove l’Appennino, con le sue valli interne, ha svolto un ruolo fondamentale nel preservare l’impronta genetica delle popolazioni autoctone, fungendo sia da rifugio dalle invasioni, ma anche da barriera geografica per i movimenti demici tra i due versanti. I paesi scelti infatti presentano una forte vicinanza a siti archeologici riconducibili alle popolazioni pre-romane. Inoltre non sono stati soggetti a spopolamento o ripopolamento e la loro fondazione viene ricondotta a prima della conquista romana o a un periodo di poco successivo. Uno degli obiettivi futuri sarà quello confrontare i dati con quelli provenienti da altre 6 comunità dell’Appennino abruzzese della Provincia dell’Aquila, al fine di individuare la possibile diversità genetica tra le comunità che vivono su i due versanti dell’Appennino centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il DNA viene raccolto mediante prelievo della mucosa boccale e gli individui che vogliono donare un campione biologico per le analisi devono firmare una liberatoria che attesta la volontà a donare il proprio materiale biologico per scopi di studio. Inoltre, devono appartenere a entrambi i sessi, dichiarare di essere senza relazioni di parentela diretta da almeno due generazioni sia per linea materna che paterna e che i quattro nonni siano di chiara origine autoctona.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scopi principali di questo lavoro sono: caratterizzare a livello genetico le comunità dell’Alta Valle dell’Aniene in Provincia di Roma e della valle del Sacco in Provincia di Frosinone, al fine di individuare la loro possibile omogeneità genetica e valutare la diversità genetica, confrontando i dati con quelli raccolti in letteratura relativi ad altre popolazioni dell’Italia e del Mediterraneo; identificare l’eventuale continuità temporale tra le popolazioni che vivono attualmente in quest’area e quelle che vi vivevano anticamente in età pre-romana, mediante lo studio del DNA antico proveniente da necropoli attribuite alle popolazioni degli Equi e degli Ernici. <a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-3-web1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-129" title="antiche popolazioni appenniniche" src="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-3-web1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-3-web.jpg"></a>Sono stati inizialmente raccolti 103 campioni di DNA di individui jennesi e 24 di individui vallepietrani e su questi è stata studiata la variabilità genetica a livello del DNA mitocondriale, un tipo di DNA ereditato solo per via materna, e del DNA del cromosoma Y, la cui ereditarietà è esclusivamente per linea paterna.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati ottenuti hanno evidenziato che sia Jenne che Vallepietra presentano un’identità genetica tipica, segno di un elevato grado di endogamia favorito dall’isolamento geografico e dalla deriva genetica. L’alta differenziazione genetica tra Jenne e Vallepietra è una possibile indicazione dell’esistenza di una sorta di barriera riproduttiva, forse di tipo culturale, tra gli abitanti dei due comuni, che pur essendo distati solo 15 km presentano una tale diversità mitocondriale. <a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-7web.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-130" title="distribuzione aplogruppi indagati" src="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-7web-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Obiettivi</p>
<p style="text-align: justify;">L’ipotesi è quella che l’impronta genetica possa essere rimasta cristallizzata durante i secoli non solo tra valli adiacenti, ma anche tra due versanti della dorsale appenninica e che l’isolamento abbia limitato i flussi demici, come la conquista romana. Si tenterà di identificare quali possono essere stati i flussi migratori avvenuti in epoca pre-romana, che hanno definito la struttura genetica di queste comunità che vivono in aree geograficamente isolate. Il metodo sarà quello di comparare i dati provenienti dalle popolazioni attuali con i risultati dell’analisi sul DNA antico proveniente da resti umani risalenti prima della conquista romana, al fine di valutare quanto la conquista romana abbia inciso sulle popolazioni autoctone e se è rimasta traccia di tale flusso nel pool genetico delle popolazioni attuali, oppure se invece il dato genetico attuale sia il risultato della diffusione della colonizzazione romana, che ha uniformato e quindi probabilmente fatto perdere l’antico background genetico nelle popolazioni che attualmente vivono in quest’area. <a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-8web2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-135" title="campionamento DNA" src="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-8web2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/fig-8.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il contributo dell’antropologia culturale</p>
<p style="text-align: justify;">L’antropologia culturale si inserisce nel progetto di ricerca in seconda battuta (la prima attività di ricerca antropologica è del 27 febbraio 2010) a seguito della necessità, avvertita dagli antropologi molecolari e dagli archeologi, di avere un supporto di tipo antropologico ai dati da loro prodotti: una lettura della dimensione culturale dei gruppi umani che attualmente abitano i territori oggetto di ricerca che confermi, o meno, anche da questa ulteriore prospettiva, l’omogeneità dei dati relativi ai gruppi e alle aree individuate. La proposta di contributo antropologico fatta è probabilmente originale rispetto alle aspettative ma, ci auguriamo, maggiormente utile e produttiva ai fini dell’arricchimento interdisciplinare del progetto e della significatività dei dati. Lungi dal pensarsi come risorsa rivelatrice dell’identità dei gruppi umani, in linea con le recenti prospettive disciplinari, l’antropologia culturale intende sperimentare un percorso di ricerca (questo testo rappresenta una prima sistematizzazione) che è possibile sintetizzare in tre punti:</p>
<p style="text-align: justify;">1) Produrre un resoconto relativo alle autorappresentazioni locali dell’identità, indagandone in profondità i riferimenti al passato: ad esempio, le fonti orali e scritte, come pure le attività dichiaratamente culturali, riferiscono e rivendicano (o, al contrario, negano o “dimenticano”) un’origine preromana?</p>
<p style="text-align: justify;">In quest’ottica, indagare l’influenza reciproca delle conoscenze sul territorio prodotte dagli abitanti locali e dagli scienziati del progetto: l’attività di ricerca utilizza fonti e conoscenze locali? Ne conferma e/o marginalizza alcune? Il dialogo tra la conoscenza “popolare” e quella “scientifica” produce nuove narrazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">2) Indagare le modalità di coinvolgimento e partecipazione al progetto: quali sono i discorsi e le attività messe in atto dai membri del progetto per invitare le popolazioni a partecipare? Come si pongono gli abitanti delle comunità coinvolte nei confronti dei vari aspetti dell’attività di ricerca? Ad esempio: il prelievo e l’analisi del DNA suscita aspettative e/o timori?</p>
<p style="text-align: justify;">3) L’ultimo punto evidenzia un aspetto fortemente sperimentale: la prospettiva di un contributo produttivo al progetto di ricerca da parte della disciplina antropologica dalla prospettiva squisitamente culturale e critica che le è propria.</p>
<p style="text-align: justify;">In merito a quest’ultimo obiettivo, questa indagine antropologica si distingue dagli approcci prevalenti della disciplina nel recente settore di studi nel cui filone si colloca questo progetto. Solitamente, infatti, gli antropologi o si rivolgono alla genetica come se fosse una risorsa rivelatrice dell’identità dei gruppi umani, o si dedicano esclusivamente all’analisi culturale di questa scienza.</p>
<p style="text-align: justify;">La prospettiva antropologica intende quindi collocarsi nel progetto, dove analisi genetica e analisi archeologica collaborano per la produzione di dati archeogenetici, in modo critico, in linea con le più recenti prospettive antropologiche, ma allo stesso tempo propone di contribuire in modo propositivo e produttivo, ai fini della produzione scientifica del progetto, facendo, da una parte, da specchio ai membri del progetto (mostrando loro i debiti delle produzioni scientifiche nei confronti delle conoscenze locali e le implicazioni delle attività del progetto sulle politiche, culturali e non solo, locali), dall’altra, proponendo una lettura delle pratiche e delle narrazioni identitarie locali per mostrare continuità e discrepanze rispetto al discorso scientifico che, volente o nolente, di quelle identità è un potente produttore e recettore. Allo stato attuale, sono state realizzate delle prima attività di indagine relative al primo (analisi culturale del progetto e interazione con le popolazioni locali): sono state realizzate delle interviste agli ideatori del progetto (Dott. Francesco Messina, dottorando in Antropologia molecolare, e l’archeologo Mario Federico Rolfo) e a un attore complesso come Agostina Appetecchia, archeologa coinvolta nel progetto e, allo stesso tempo, personaggio molto attivo nella vita politica e culturale di uno dei paesi del progetto, Piglio, di cui è originaria. Sono state anche etnografate alcune attività di ricerca: il prelievo dei campioni biologici a Piglio, che ha visto la partecipazione, a più livelli, della popolazione locale, e il controllo della temperatura e dell’umidità all’interno della grotta di Mora Cavorso da parte degli antropologi biologici. In sintesi, lo sguardo antropologico, utilizzando tutti i mezzi d’indagine propri della “ricerca sul campo” (partecipazione e osservazione prolungata alle attività scientifiche e degli abitanti locali, interviste etnografiche, spoglio della letteratura locale e di tutte quelle fonti scritte e audiovisive ritenute pertinenti) si pone l’obiettivo di contribuire al progetto descrivendo e analizzando le negoziazioni messe in scena dai diversi attori sociali coinvolti nel complesso processo di produzione dell’identità locale, in cui, come avviene sempre più di frequente, non solo le scienze umane ma anche, e in misura crescente, le scienze naturali, e in particolar modo la genetica, giocano un ruolo centrale.</p>
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		<title>Progetto Archeo-storia</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 10:18:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Progetti e Ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[AMPLIAMENTO DELL&#8217;INTERESSE ALLE ALTRE RISORSE DI CARATTERE STORICO-ARCHEOLOGICO DELL&#8217;ALTA VALLE DELL’ANIENE La regione corrispondente all’alto bacino del fiume Aniene è una tra le aree del Lazio con le maggiori potenzialità di sviluppo territoriale e turistico. Include un ampio parco naturale &#8230; <a href="http://cavorso.uniroma2.it/?p=42">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>AMPLIAMENTO DELL&#8217;INTERESSE ALLE ALTRE RISORSE DI CARATTERE STORICO-ARCHEOLOGICO DELL&#8217;ALTA VALLE DELL’ANIENE</p>
<p style="text-align: justify;">La regione corrispondente all’alto bacino del fiume Aniene è una tra le aree del Lazio con le maggiori potenzialità di sviluppo territoriale e turistico. Include un ampio parco naturale (Parco Regionale dei Monti Simbruini) e diversi centri che custodiscono un ingente patrimonio fatto di storia, arte, archeologia e tradizioni folcloristiche. L’area presa in esame, dunque, si presenta articolata e complessa dal punto di vista culturale, ricca di antichi siti archeologici, rocche e castelli medievali, santuari e monasteri, che affondano le loro radici nelle pieghe della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte dell’esistenza di tali importanti evidenze, si è riscontrata la necessità di diffonderne e implementarne la conoscenza sistematica e approfondita, essendo esse ancora poco conosciute e non adeguatamente inserite nell’ampio circuito turistico laziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il raggiungimento di tali obiettivi è da realizzarsi attraverso l’attivazione di un programma articolato di iniziative capaci di attivare processi di crescita, ma soprattutto di gestire il sistema territoriale integrato onde rendere stabile e duraturo lo sviluppo generalizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le principali linee strategiche per conseguire gli obiettivi prefigurati sono:</p>
<p style="text-align: justify;">- Azioni di valorizzazione e qualificazione del territorio</p>
<p style="text-align: justify;">- Comunicazione e Promozione</p>
<p style="text-align: justify;">Il programma di azioni prefigurato dal presente progetto si può così suddividere:</p>
<p style="text-align: justify;">Itinerario n. 1: Le fortificazioni degli Equi nell’alta valle dell’Aniene</p>
<p style="text-align: justify;">La valle dell’Aniene era occupata in epoca pre-romana dalla popolazione degli Equi: il loro dominio, che si configurava come piuttosto esteso, si sviluppava dal monte Scalambra comprendendo Trevi nel Lazio, il monte Viglio, tutto l’alto bacino del Liri fino ad Alba Fucens e alla conca del Lago Fucino. Lungo il versante rappresentato dalle vette che separano la valle dell’Aniene dal vicino bacino del Sacco è ben documentata la presenza di numerosi centri fortificati in altura riferibili alla popolazione equa (Trevi nel Lazio e Affile). In queste località sono stati individuati lacerti di cinte murarie in opera poligonale dal tracciato irregolare che si interrompe nei punti in cui adeguate difese naturali rendevano superflua l’aggiunta di ulteriori rafforzamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si suggerisce un percorso di visita che comprenda i diversi centri presso i quali si conservano lacerti delle cinte murarie sopra descritte.</p>
<p style="text-align: justify;">Itinerario n. 2: Le ville di Nerone e Traiano nell’alta valle dell’Aniene</p>
<p style="text-align: justify;">I due maggiori siti archeologici dell’alta valle dell’Aniene sono rappresentati dalla Villa di Nerone a Subiaco e la Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano. I due complessi sono perfetti esempi di emergenze archeologiche che ben si inseriscono nel paesaggio circostante.</p>
<p style="text-align: justify;">LA VILLA DI NERONE: tra le gole dell’alta valle dell’Aniene Nerone decise di costruire una sontuosa residenza estiva per dedicarsi alle sue passioni: la caccia e la pesca. Organizzata in nuclei separati, che si estendono lungo entrambe le rive del fiume, la residenza neroniana è un caso esemplare di villa a padiglione che si caratterizza per scelte architettoniche ardite e interessanti che si adeguano al paesaggio circostante, valorizzandone le peculiarità.</p>
<p style="text-align: justify;">LA VILLA DI TRAIANO: a distanza di qualche km dal sontuoso complesso neroniano, l’imperatore Traiano decise di imitare il suo predecessore nel realizzare una splendida residenza e scelse l’altopiano di Arcinazzo, lungo la via Sublacense (km 88,800). La villa si sviluppa con le sue platee terrazzate alle falde del M. Altuino, lungo il versante sinistro dell’Aniene e la sua estensione è stata calcolata intorno ai cinque ettari.</p>
<p style="text-align: justify;">I complessi appena descritti hanno restituito materiali pregevoli e dati unici riguardo l’articolazione e la maestosità degli spazi residenziali in piena epoca imperiale: per questo si ritiene di fondamentale importanza, promuoverli e valorizzarli presso il grande pubblico attraverso attività di ricerca di alto rigore scientifico e innovative strategie di valorizzazione, comunicazione e promozione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si suggerisce un itinerario di visita dei due complessi e la redazione di una guida bilingue con descrizione e notizie storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Itinerario n. 3: Alla scoperta dei monasteri benedettini e santuari sublacensi</p>
<p style="text-align: justify;">A qualche km di distanza da Subiaco si erge maestoso nella sua architettura suggestiva il Sacro Speco di Subiaco. Il complesso, che sembra essere tutt’uno con la viva roccia nella quale è scavato, fu il luogo dove si ritirò in preghiera per 3 anni S. Benedetto, e fu proprio qui che istituì la regola dell’ordine. Il monastero risale al XIII sec. e conserva degli splendidi affreschi di scuola romana, umbra e del Perugino, con scene di vita monastica che si possono ammirare ancora oggi. Il Papa Pio II, lo definì il nido delle rondini, per la sacralità e l’intensità spirituale del luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il complesso monastico di Santa Scolastica, si raggiunge dal paese di Subiaco, percorrendo la suggestiva Via dei Monasteri, ombreggiata da lecci secolari. Il complesso dell’edificio è accentrato intorno ai 3 chiostri, dei quali uno è rinascimentale, uno romanico e l’altro gotico. Fu in questo monastero che si produsse il primo libro stampato a caratteri mobili.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco oltre il Sacro Speco, lungo la via che congiunge a Jenne, si incontrano i resti dell’ imponente complesso monastico benedettino di S. Girolamo, suddiviso in diversi ambienti articolati in due piani. Il monastero, i cui resti grandiosi si stagliano su un isolato sperone roccioso a dominio di tutta la sottostante vallata, fornisce un eloquente esemplificazione dell’architettura benedettina del XV sec., stupefacente nella presa di possesso del sito e perfetta nella realizzazione dell’apparecchio murario in pietra locale.</p>
<p style="text-align: justify;">A Vallepietra, incastonato a più di 1000 m di altezza, tra le rocce del monte Autore, spicca il veneratissimo Santuario della SS. Trinità. E’ il luogo più visitato dai pellegrini sia per la mistica attrazione della fede, sia per il fascino della natura circostante.</p>
<p style="text-align: justify;">Si suggerisce un itinerario che attraverso il passaggio per alcuni paesi, quali ad esempio Subiaco – Affile-Trevi nel Lazio e Vallepietra, conduca alla scoperta di siti religiosi di elevato valore artistico-culturale e di carattere spirituale. Gli itinerari possono seguire le orme di S. Benedetto, alla ricerca degli antichi eremi dove il santo soggiornò e operò miracoli. I percorsi si snodano attraverso la visita in monasteri, chiese, abbazie e santuari di enorme rilevanza culturale e storica.</p>
<p>a cura di Agostina Appetecchia</p>
<p>agostina.appetecchia@gmail.com</p>
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		<title>Archeozoologia</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 10:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Progetti e Ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo studio zoologico dei resti faunistici recuperati durante le campagne di scavo 2006-2009 presso la grotta Mora di Cavorso (Jenne) Fin dalla prima campagna di scavo l’abbondanza dei rinvenimenti zoologici ha permesso un’analisi integrata del dato archeologico consentendo in un &#8230; <a href="http://cavorso.uniroma2.it/?p=36">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Lo studio zoologico dei resti faunistici recuperati durante le campagne di scavo 2006-2009 presso la grotta Mora di Cavorso (Jenne)</strong></p>
<div id="attachment_143" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/castoro-web1.jpg"><img class="size-medium wp-image-143" title="castoro web" src="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/castoro-web1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">castoro</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fin dalla prima campagna di scavo l’abbondanza dei rinvenimenti zoologici ha permesso un’analisi integrata del dato archeologico consentendo in un rapporto dialettico paritario di affrontare lo studio della frequentazione della grotta nel suo complesso, non limitandosi alla semplice esposizione del dato archeologicomateriale. Lo stato di conservazione dei repert fortemente frammentarie, non ha permesso generalmente l’individuazione delle parti anatomiche né la determinazione della specie di appartenenza. I reperti analizzati sono stati recuperati in due punti della grotta: un primo lotto di 250 frammenti, rinvenuti nella Sala Inferiore, presenta un grado di fossilizzazione abbastanza omogeneo e, a luoghi, le ossa mostrano delle incrostazioni stalagmitiche. Ad un primo esame sono stati riconosciuti i seguenti taxa: pecora (Ovis aries), caprini domestici indeterminati (Ovis vel Capra), cane (Canis familiaris), cervo (Cervus elaphus), lepre (Lepus sp.), roditori riferibili ai generi Apodemus e Microtus, chirotteri quali Rhinolphus ferrumequinum, Rhinolpus hipposideros e Myotis blythi, uccelli indeterminati di piccola taglia. I reperti di cane, cervo e caprini domestici possono riferirsi all’attività umana, i resti ossei di micro mammiferi e uccelli di piccola taglia si sono accumulati per cause naturali, poiché presumibilmente frequentavano la grotta, mentre gli altri taxa possono essere il prodotto di rigetti di rapaci. <a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/castoro-web.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo lotto di circa 1000 reperti è stato recuperato superficialmente dal terreno rimaneggiato dell’antegrotta. Ad un primo esame sono stati riconosciuti i seguenti taxa: bovini domestici (bos taurus), caprini domestici indeterminati (Ovis vel capra), cervo (Cervus elaphus), capriolo (Capraeolus capraeolus), stambecco (Capra ibex), lupo (Canis lupus), lepre (Lepus sp.), marmotta (Marmota marmota), istrice (Hystrix cristata), arvicola terrestre (Arvicola terrestris), uccelli indeterminati di media e piccola taglia. Le varie ossa mostrano diversi gradi di fossilizzazione ed inoltre si attesta la presenza contemporanea di specie domestiche e selvatiche, come la marmotta e lo stambecco: in Italia centro-meridionale questo recupero “associato” non si è mai verificato in quanto, allo stato attuale delle conoscenze, le specie selvatiche sarebbero scomparse dalle regioni appenniniche almeno dal Mesolitico. Questi fattori attestano quindi il rimaneggiamento dei reperti presi in considerazione.</p>
<div id="attachment_147" class="wp-caption alignright" style="width: 237px"><a href="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/equus-e-stambecco-web1.jpg"><img class="size-medium wp-image-147" title="equus e stambecco web" src="http://webtemp.ccd.uniroma2.it/cavorso/wp-content/uploads/2010/11/equus-e-stambecco-web1-300x213.jpg" alt="" width="227" height="144" /></a><p class="wp-caption-text">cavallo e stambecco</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della terza campagna di scavo, effettuata nel luglio 2008, dal saggio B2, associati a rara industria litica riferita alla fase finale del Paleolitico superiore, sono stati recuperati abbondanti resti faunistici, soprattutto mandibole e crani di marmotta (Marmota marmota), accompagnati da un discreto numero di resti ossei e dentali di stambecco (Capra ibex), cervo (Cervus elaphus), capriolo (Capreolus capreolus), una specie estinta di emione o asino delle steppe (Equus hydruntinus) ed il cavallo selvatico (Equus ferus). Molto probabilmente i resti faunistici con un avanzato grado di fossilizzazione, rinvenuti nelle precedenti campagne di recupero in un livello parzialmente sconvolto dell’antegrotta e attribuiti a marmotta, arvicola terreste, lepre, lupo, cervo, capriolo e stambecco, sono correlabili con la suddetta fauna tardopleistocenica del saggio B2. Durante questa stessa campagna di scavo, nella Sala Inferiore sono stati esportati i reperti antropici, riferibili a 21 individui, di cui 12 adulti e 9 bambini. Associati alle sepolture neolitiche sono stati individuati resti di pecora, capra e/o pecora, bue, cane e cervo; dallo stesso orizzonte provengono anche resti di lepre, roditori, chirotteri e uccelli di piccola taglia. Sono stati esaminati 387 reperti di grandi mammiferi e oltre la metà sono stati determinati anatomicamente e tassonomicamente. I frammenti di coste e vertebre, generalmente di piccola taglia, sono stati conteggiati a parte. Tranne qualche reperto integro, le ossa sono molte frammentate e mostrano, a luoghi, delle incrostazioni stalagmitiche. Alcuni frammenti presentano indizi di contatto col fuoco e sono state notate delle strie presumibilmente di strumento litico su un metatarso giovanile di caprino domestico, su una tibia di pecora e su varie schegge ossee indeterminate; tali tracce (e la stessa composizione faunistica) indicano che i resti dei grandi mammiferi sono di plausibile apporto antropico. I non numerosi resti ossei dei chirotteri, che probabilmente trovavano rifugio nella grotta, dei roditori e di piccoli uccelli, riferibili invece a rigetti di uccelli rapaci, invece, sono di plausibile apporto naturale, accumulati in momenti di abbandono o di frequentazione occasionale della grotta da parte dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">La grande maggioranza dei reperti faunistici è riferibile ai caprini domestici, ma laddove è stato possibile distinguere i due generi è stata riconosciuta la sola pecora. Molto scarsi, invece, i resti degli altri taxa: il cane è presente con una seconda falange giovanile, il cervo è rappresentato da ossa carpali e due denti superiori, tra cui un canino vestigiale di modeste dimensioni, probabilmente femminile. I resti ossei di Ovis vel Capra sono rappresentativi dell’intero scheletro e sono riferibili ad una decina di individui, in maggioranza giovani e giovanissimi, ma con una discreta presenza anche di individui adulti. Molto probabilmente i caprovini domestici sono stati abbattuti, macellati e consumati in loco. La presenza di resti di un feto a termine o neonato e di agnelli di circa un mese e di meno di 6 mesi, tra i caprini domestici, e di un vitello di meno di 15 mesi, supponendo le nascite a primavera, suggerisce una frequentazione della grotta tra la primavera inoltrata e gli inizi dell’autunno da parte di genti dedite essenzialmente alla pastorizia. Lo stesso andamento delle classi d’età di morte degli animali, qualora non sia dovuto a uno sfruttamento dei ruminanti per il latte oltre che per la carne, avvicinerebbe la grotta Mora di Cavorso ad altre grotte dell’Italia centrale frequentate nel Neolitico anche a scopo funerario e/o cultuale, quali grotta Continenza, grotta dei Piccioni di Bolognano e Grotta Sant’Angelo sulla Montagna dei Fiori in Abruzzo e grotta dei Cocci in Umbria.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto il piano d’appoggio dei reperti antropici, costituito da una crosta stalagmitica, dello spessore variabile di cm 5-10, è stato individuato un ulteriore livello, datato al Mesolitico, ricco di ossa di cervo. L’analisi preliminare di oltre 140 reperti ha evidenziato la presenza di una trentina di frammenti al momento non determinabili e di 110 resti ossei e dentari riferibili esclusivamente a Cervus elaphus: carpali e falangi di un giovane di circa un anno, una mandibola frammentaria e lo scheletro postcraniale subintero in parziale connessione anatomica di un giovane di circa due anni e qualche falange di un individuo adulto. Il rinvenimento di alcune vertebre cervicali e delle ossa degli arti in connessione anatomica e l’assenza di evidenti tracce da strumento litico sulle superfici delle ossa lasciano ipotizzare una deposizione naturale del materiale (energia idrica, carnivori); d’altro canto la presenza chiazze e frustoli carboniosi su alcuni dei reperti faunistici fa propendere comunque per una manipolazione antropica della fauna di questo livello, indizio di una frequentazione umana precedente alla pratica funeraria neolitica.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, un esame preliminare dei resti faunistici recuperati dal saggio C, associati a materiale archeologico riferibile a tardo Neolitico, hanno evidenziato la presenza prevalentemente di animali domestici, soprattutto pecora e/o capra e alcuni resti di maiale. La presenza di quest’ultimo taxon, finora assente nel quadro faunistico della grotta Mora di Cavorso, testimonia un evidente cambiamento economico e/o cultuale rispetto alle precedenti frequentazioni neolitiche, che sembra invariato nella successiva Età del Bronzo, testimoniata nel saggio B1 dal rinvenimento di materiale archeologico riferibile a questo orizzonte cronologico; da questo saggio provengono infatti scarsi resti di bue, pecora e/o capra e maiale.</p>
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		<title>Paletnologia</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 10:15:15 +0000</pubDate>
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