Archeozoologia

Lo studio zoologico dei resti faunistici recuperati durante le campagne di scavo 2006-2009 presso la grotta Mora di Cavorso (Jenne)

castoro

Fin dalla prima campagna di scavo l’abbondanza dei rinvenimenti zoologici ha permesso un’analisi integrata del dato archeologico consentendo in un rapporto dialettico paritario di affrontare lo studio della frequentazione della grotta nel suo complesso, non limitandosi alla semplice esposizione del dato archeologicomateriale. Lo stato di conservazione dei repert fortemente frammentarie, non ha permesso generalmente l’individuazione delle parti anatomiche né la determinazione della specie di appartenenza. I reperti analizzati sono stati recuperati in due punti della grotta: un primo lotto di 250 frammenti, rinvenuti nella Sala Inferiore, presenta un grado di fossilizzazione abbastanza omogeneo e, a luoghi, le ossa mostrano delle incrostazioni stalagmitiche. Ad un primo esame sono stati riconosciuti i seguenti taxa: pecora (Ovis aries), caprini domestici indeterminati (Ovis vel Capra), cane (Canis familiaris), cervo (Cervus elaphus), lepre (Lepus sp.), roditori riferibili ai generi Apodemus e Microtus, chirotteri quali Rhinolphus ferrumequinum, Rhinolpus hipposideros e Myotis blythi, uccelli indeterminati di piccola taglia. I reperti di cane, cervo e caprini domestici possono riferirsi all’attività umana, i resti ossei di micro mammiferi e uccelli di piccola taglia si sono accumulati per cause naturali, poiché presumibilmente frequentavano la grotta, mentre gli altri taxa possono essere il prodotto di rigetti di rapaci.

Un secondo lotto di circa 1000 reperti è stato recuperato superficialmente dal terreno rimaneggiato dell’antegrotta. Ad un primo esame sono stati riconosciuti i seguenti taxa: bovini domestici (bos taurus), caprini domestici indeterminati (Ovis vel capra), cervo (Cervus elaphus), capriolo (Capraeolus capraeolus), stambecco (Capra ibex), lupo (Canis lupus), lepre (Lepus sp.), marmotta (Marmota marmota), istrice (Hystrix cristata), arvicola terrestre (Arvicola terrestris), uccelli indeterminati di media e piccola taglia. Le varie ossa mostrano diversi gradi di fossilizzazione ed inoltre si attesta la presenza contemporanea di specie domestiche e selvatiche, come la marmotta e lo stambecco: in Italia centro-meridionale questo recupero “associato” non si è mai verificato in quanto, allo stato attuale delle conoscenze, le specie selvatiche sarebbero scomparse dalle regioni appenniniche almeno dal Mesolitico. Questi fattori attestano quindi il rimaneggiamento dei reperti presi in considerazione.

cavallo e stambecco

Nel corso della terza campagna di scavo, effettuata nel luglio 2008, dal saggio B2, associati a rara industria litica riferita alla fase finale del Paleolitico superiore, sono stati recuperati abbondanti resti faunistici, soprattutto mandibole e crani di marmotta (Marmota marmota), accompagnati da un discreto numero di resti ossei e dentali di stambecco (Capra ibex), cervo (Cervus elaphus), capriolo (Capreolus capreolus), una specie estinta di emione o asino delle steppe (Equus hydruntinus) ed il cavallo selvatico (Equus ferus). Molto probabilmente i resti faunistici con un avanzato grado di fossilizzazione, rinvenuti nelle precedenti campagne di recupero in un livello parzialmente sconvolto dell’antegrotta e attribuiti a marmotta, arvicola terreste, lepre, lupo, cervo, capriolo e stambecco, sono correlabili con la suddetta fauna tardopleistocenica del saggio B2. Durante questa stessa campagna di scavo, nella Sala Inferiore sono stati esportati i reperti antropici, riferibili a 21 individui, di cui 12 adulti e 9 bambini. Associati alle sepolture neolitiche sono stati individuati resti di pecora, capra e/o pecora, bue, cane e cervo; dallo stesso orizzonte provengono anche resti di lepre, roditori, chirotteri e uccelli di piccola taglia. Sono stati esaminati 387 reperti di grandi mammiferi e oltre la metà sono stati determinati anatomicamente e tassonomicamente. I frammenti di coste e vertebre, generalmente di piccola taglia, sono stati conteggiati a parte. Tranne qualche reperto integro, le ossa sono molte frammentate e mostrano, a luoghi, delle incrostazioni stalagmitiche. Alcuni frammenti presentano indizi di contatto col fuoco e sono state notate delle strie presumibilmente di strumento litico su un metatarso giovanile di caprino domestico, su una tibia di pecora e su varie schegge ossee indeterminate; tali tracce (e la stessa composizione faunistica) indicano che i resti dei grandi mammiferi sono di plausibile apporto antropico. I non numerosi resti ossei dei chirotteri, che probabilmente trovavano rifugio nella grotta, dei roditori e di piccoli uccelli, riferibili invece a rigetti di uccelli rapaci, invece, sono di plausibile apporto naturale, accumulati in momenti di abbandono o di frequentazione occasionale della grotta da parte dell’uomo.

La grande maggioranza dei reperti faunistici è riferibile ai caprini domestici, ma laddove è stato possibile distinguere i due generi è stata riconosciuta la sola pecora. Molto scarsi, invece, i resti degli altri taxa: il cane è presente con una seconda falange giovanile, il cervo è rappresentato da ossa carpali e due denti superiori, tra cui un canino vestigiale di modeste dimensioni, probabilmente femminile. I resti ossei di Ovis vel Capra sono rappresentativi dell’intero scheletro e sono riferibili ad una decina di individui, in maggioranza giovani e giovanissimi, ma con una discreta presenza anche di individui adulti. Molto probabilmente i caprovini domestici sono stati abbattuti, macellati e consumati in loco. La presenza di resti di un feto a termine o neonato e di agnelli di circa un mese e di meno di 6 mesi, tra i caprini domestici, e di un vitello di meno di 15 mesi, supponendo le nascite a primavera, suggerisce una frequentazione della grotta tra la primavera inoltrata e gli inizi dell’autunno da parte di genti dedite essenzialmente alla pastorizia. Lo stesso andamento delle classi d’età di morte degli animali, qualora non sia dovuto a uno sfruttamento dei ruminanti per il latte oltre che per la carne, avvicinerebbe la grotta Mora di Cavorso ad altre grotte dell’Italia centrale frequentate nel Neolitico anche a scopo funerario e/o cultuale, quali grotta Continenza, grotta dei Piccioni di Bolognano e Grotta Sant’Angelo sulla Montagna dei Fiori in Abruzzo e grotta dei Cocci in Umbria.

Sotto il piano d’appoggio dei reperti antropici, costituito da una crosta stalagmitica, dello spessore variabile di cm 5-10, è stato individuato un ulteriore livello, datato al Mesolitico, ricco di ossa di cervo. L’analisi preliminare di oltre 140 reperti ha evidenziato la presenza di una trentina di frammenti al momento non determinabili e di 110 resti ossei e dentari riferibili esclusivamente a Cervus elaphus: carpali e falangi di un giovane di circa un anno, una mandibola frammentaria e lo scheletro postcraniale subintero in parziale connessione anatomica di un giovane di circa due anni e qualche falange di un individuo adulto. Il rinvenimento di alcune vertebre cervicali e delle ossa degli arti in connessione anatomica e l’assenza di evidenti tracce da strumento litico sulle superfici delle ossa lasciano ipotizzare una deposizione naturale del materiale (energia idrica, carnivori); d’altro canto la presenza chiazze e frustoli carboniosi su alcuni dei reperti faunistici fa propendere comunque per una manipolazione antropica della fauna di questo livello, indizio di una frequentazione umana precedente alla pratica funeraria neolitica.

Infine, un esame preliminare dei resti faunistici recuperati dal saggio C, associati a materiale archeologico riferibile a tardo Neolitico, hanno evidenziato la presenza prevalentemente di animali domestici, soprattutto pecora e/o capra e alcuni resti di maiale. La presenza di quest’ultimo taxon, finora assente nel quadro faunistico della grotta Mora di Cavorso, testimonia un evidente cambiamento economico e/o cultuale rispetto alle precedenti frequentazioni neolitiche, che sembra invariato nella successiva Età del Bronzo, testimoniata nel saggio B1 dal rinvenimento di materiale archeologico riferibile a questo orizzonte cronologico; da questo saggio provengono infatti scarsi resti di bue, pecora e/o capra e maiale.

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